
Tracce di virus A H5N1 dell’influenza aviaria rilevate in alcuni campioni di latte pastorizzato di mucche provenienti da allevamenti negli Stati Uniti interessati dall’epidemia.
La comunicazione è arrivata dalla Food and Drug Administration (Fda), che ha sottolineato come non ci siano elementi al momento per considerare il latte non sicuro e che ulteriori studi e analisi verranno effettuati nei prossimi giorni. Tuttavia, secondo virologi ed infettivologi, si tratta di un fatto da non sottovalutare e che indica come il virus si stia comunque muovendo tra specie diverse.
Al momento, precisa la Fda, non è possibile dire se si tratti di frammenti di materiale genetico inattivo o di virus vivo: “Ad oggi, non abbiamo visto nulla che possa cambiare la nostra valutazione che l’approvvigionamento commerciale di latte è sicuro”, afferma l’Agenzia. Alcuni dei campioni raccolti hanno indicato la presenza di virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità utilizzando il test quantitativo della reazione a catena della polimerasi (qPCR). Tuttavia, precisa ancora l’Fda, un risultato positivo a questo esame “significa che nel campione è stato rilevato il materiale genetico dell’agente patogeno, ma ciò non significa che il campione contenga un agente patogeno intatto e infettivo. Questo perché i test qPCR rilevano anche il materiale genetico residuo di agenti patogeni uccisi dal calore, come la pastorizzazione o altri trattamenti per la sicurezza alimentare”.
Va sottolineato, precisa, che “al momento il virus dell’aviaria non si trasmette da uomo a uomo, ma dall’animale all’uomo attraverso il contatto diretto, ad esempio attraverso contatto con fluidi animali infetti. Quando il virus ha infettato l’uomo attraverso l’animale ha dimostrato una mortalità sull’uomo pari al 50%, dunque molto alta”. Che tracce di virus siano state scoperte nel latte pastorizzato, avverte, “non è una bella notizia, poichè il processo di pastorizzazione dovrebbe in teoria portare all’eliminazione di qualsiasi presenza di virus. Se le tracce di virus rilevate nel latte fossero riconducibili a virus vivo, il latte potrebbe diventare potenzialmente uno strumento di contagio, ma andrebbe provato che il virus trasmesso con una eventuale ingestione sia effettivamente in grado di determinare l’infezione”. E’ quindi “evidente che la situazione va monitorata”.